Diary of the dead
di George A. Romero, 2007
E cinque. A quarant'anni dal primo, epocale,
La notte dei morti viventi, George Romero aggiunge un altro capitolo a quella che è divenuta quindi "la pentalogia degli zombi". "Saltati" gli anni '90, sostituiti in qualche modo dal poderoso e retroattivo
Land, Romero cerca di produrre lo
zombie flick definitivo per gli anni zero. E se il suo cinema è sempre stato profondamente (e politicamente) radicato nel presente,
Diary non fa eccezione: si tratta infatti di un film sul declino - per ridondanza e conseguente autoconsunzione - dell'informazione mainstream, che aggiorna la riflessione sui media già presente,
in nuce, in
Dawn.
Ma laddove tutti i film precedenti della "saga" sintetizzavano la riflessione politica - crudelmente satirica - con una capacità di ottenere il massimo dall'effetto orrorifico (rendendo
Dawn, per esempio, ancora difficilmente digeribile a distanza di trent'anni, ed è ancora la vetta del cinema horror di tutti i tempi), costruendo intorno ai personaggi esponenziali apocalissi di angoscia, in
Diary si fa una fatica tremenda, a volte preccupante, a separare le due cose. Si intenda subito: il problema
non è che di film con premesse simili a
Diary (che lo apparenta, suo malgrado, con
Cloverfield e soprattutto con il romerianissimo
[Rec]) ne esce ormai uno a settimana, anche perché le intenzioni di Romero sono molto più chiare e delimitate - come il suo budget - e la maestria del regista non è certo svanita nel nulla da un giorno all'altro.
Il problema semmai è appunto lo scollamento impressionante tra questa rilettura d'autore del
teen horror, che grazie a decisi e rigorosi aggiustamenti è qui assolutamente funzionale, e quest'applicazione di tesi forti romeriane al genere stesso - e a quel sottogenere coltivato negli ultimi anni dalle radici (più forti di quanto potessimo immaginare) di
The Blair with project. E questo scollamento si palesa nel più banale dei modi: non solo con la "scopertura" dei procedimenti metanarrativi (la trovata scricchiolante della "mummia", per dirne una), ma soprattutto attraverso un'alternanza zoppicante tra il riuscito racconto di una fuga per la sopravvivenza, più consapevole che in passato ma altrettanto disperata, e la sentita necessità di "mettere le cose in chiaro", con molti, troppi segmenti in cui la voce fuori campo di Michelle Morgan ("chiamata" a finire il lavoro iniziato dal suo testardo ma lungimirante fidanzato) spiega per filo e per segno ciò di cui il film - anzi, i film:
Death of death e
Diary of the dead - tratta.
La soluzione non è solo fastidiosetta e declinata con scelte estetiche discutibilissime, ma ha la conseguenza - con l'inclusione di segmenti televisivi, come visto in infiniti altri horror negli ultimi anni - di riportarci ogni volta all'istanza della comunicazione, rispettando sì alla lettera il credo postmoderno (con una mistura di statuti di realtà che non crea
vera confusione, ma che rimane, comunque e sempre, nel territorio della fiction), ma al tempo stesso azzerando la tensione creatasi. Ogni volta si ricomincia da capo, insomma: e in questo modo, spaventare lo spettatore diventa una vera sfida - a volte una sfida vinta: ma davvero, fin da principio, una sfida non necessaria.
In ogni caso, va da sé, come si dice sempre in questi casi, siamo diversi gradini sopra la maggior parte del "cinema horror da scaffale basso" con cui i piccoli studi si tengono in piedi, spesso con budget simili a quello di questo minuscolo, indipendentissimo - e liberissimo - film. Ma in un periodo in cui l'horror stesso se la passa davvero benino, spesso costruendo cose che fanno tesoro proprio dell'impareggiabile esempio romeriano,
Diary è un'inattesa e parziale delusione. Perdonabilissima, ma anche tranquillamente accantonabile.
Applausi a scena aperta per l'incipit e per tutta l'inspiegabile sequenza - quasi
cartoonesca - del pastore amish sordo.
Da leggere, i pezzi di Manohla Dargis sul NYT e di Nathan Rabin su A.V.Club.
Ah, da noi non esce: mettetevi il cuore in pace. Il DVD inglese invece esce il 30 Giugno.